La famiglia può essere pensata come un sistema in equilibrio, in cui ogni membro, nell’incontro con gli altri, scopre sé stesso, le proprie caratteristiche, matura competenze e cresce in ogni aspetto (relazionale, emotivo, fisiologico, cognitivo e comportamentale). Spesso, in tutte le famiglie questo equilibrio viene messo alla prova da situazioni in cui i bisogni, i pensieri e le emozioni si scontrano nello spazio condiviso. Una situazione delicata riguarda il periodo in cui si intraprende il percorso della diagnosi.
Nel lavoro clinico con i genitori noto spesso come l’attenzione si concentri sui cosiddetti “comportamenti-problema”: le chiamate della scuola, i pomeriggi dedicati ai compiti, le crisi emotive, le difficoltà nella gestione quotidiana. Tutto questo è comprensibile, ma rischia di restringere lo sguardo solo sui problemi. Per questo pongo quasi sempre una domanda: “Ci sono altri figli o amici vicini alla famiglia? E loro, come stanno vivendo questa situazione?”.
Da queste conversazioni emerge con frequenza la presenza di fratelli e sorelle, o amici, che osservano da una posizione laterale. La posizione dei fratelli e sorelle è particolare. Alcuni restano in silenzio, altri cercano spazio e riconoscimento in modo più esplicito. In entrambi i casi, il loro vissuto tende a rimanere sullo sfondo, pur avendo un peso rilevante nella dinamica familiare.
Bilanciare i bisogni di tutti richiede sforzi importanti e costa impegno e fatica. Parlare di ADHD in famiglia significa occuparsi non solo della diagnosi, ma anche del contesto che la circonda. L’obiettivo diventa comprendere come i disequilibri possano essere riorganizzati in un nuovo assetto familiare, più consapevole, più leggibile e più sostenibile per ogni membro.
Oltre la diagnosi: cosa cambia negli equilibri familiari
Quando l’ADHD si manifesta in modo intenso, soprattutto in presenza di comorbilità come il disturbo oppositivo-provocatorio o il disturbo della condotta, l’impatto non riguarda solo il bambino o la bambina con diagnosi. L’intero clima familiare viene coinvolto. Aumentano il carico di fatica, lo stress emotivo e la sensazione di essere costantemente in allerta, per i genitori ma anche per i fratelli e le sorelle.
Nel lavoro clinico emerge spesso una tensione interna ai genitori: da un lato il timore di essere troppo rigidi, con il rischio di scatenare crisi emotive o comportamentali; dall’altro la paura di cedere eccessivamente, perdendo autorevolezza e punti di riferimento. In questo equilibrio instabile, senza volerlo, la famiglia può organizzarsi attorno a due dinamiche ricorrenti e talvolta disfunzionali.
La prima riguarda il bambino con ADHD, che tende ad assorbire gran parte delle energie familiari. Appuntamenti, richieste della scuola, gestione delle difficoltà quotidiane finiscono per occupare spazio mentale ed emotivo costante.
La seconda coinvolge il fratello o la sorella, che può reagire in modi diversi: c’è chi impara a “non dare problemi” e a autoescludersi per non appesantire ulteriormente il clima familiare e chi, al contrario, manifesta comportamenti di protesta per ottenere attenzione e riconoscimento. Questi atteggiamenti possono poi coesistere e, se analizziamo bene le situazioni in cui si creano, cercando di capire i pensieri, le emozioni e i comportamenti che li hanno preceduti, possiamo trovare quelle situazioni ricorrenti e che possono dare un significato ai comportamenti stessi.
Questa analisi può essere anche fatta da parte dei genitori con la scrittura di un diario in cui raccogliere queste informazioni di contesto dal punto di vista di tutti i protagonisti per poi rileggerle per dare un significato a ciò che accade.
Nel caso dell’ADHD, molti fratelli vivono in una condizione di imprevedibilità continua. Le crisi di rabbia, i cambi repentini di umore o i ritmi familiari dettati dalle difficoltà del fratello o sorella con ADHD possono generare uno stato di ipervigilanza. In alcuni casi compaiono ansia, tensione costante o la sensazione di dover controllare l’ambiente per sentirsi al sicuro. Questo adattamento, spesso silenzioso, rappresenta una risposta comprensibile a un contesto percepito come instabile e difficile da prevedere e gestire.
Riconoscere questi vissuti è un passaggio fondamentale. Armonizzare una famiglia in cui è presente l’ADHD significa partire da un presupposto chiaro: la fatica non è individuale, ma condivisa. Solo quando tutti i membri vengono considerati nei loro bisogni emotivi e relazionali diventa possibile costruire un nuovo equilibrio, più consapevole e sostenibile nel tempo.
Fratelli e sorelle di un bambino con ADHD: spiegare la diversità senza etichettare
Una delle difficoltà più frequenti riguarda il senso di giustizia: “perché lui può alzarsi da tavola e io no?”. Bambine e bambini costruiscono l’idea di equità attraverso le esperienze quotidiane e il confronto diretto con chi vive accanto a loro. Quando le differenze di comportamento non vengono spiegate, il rischio è che fratelli e sorelle senza diagnosi interpretino la situazione in modo semplificato, leggendo l’ADHD come maleducazione o come un trattamento di favore da parte dei genitori.
Diventa quindi centrale aiutare fratelli e sorelle a comprendere cosa significa funzionare in modo diverso. La spiegazione va calibrata sull’età e sul livello di comprensione, ma deve essere sufficientemente chiara da dare senso a ciò che accade. In particolare, è utile trasmettere alcuni messaggi chiave.
- Il comportamento impulsivo nasce da difficoltà di autocontrollo e regolazione, non da un’intenzione di disturbare o provocare
- Comprendere il funzionamento dell’ADHD significa riconoscere che servono strategie educative e tempi diversi, mantenendo regole e confini
- Le emozioni che emergono nel rapporto tra fratelli e sorelle sono comprensibili e legittime, soprattutto quando si vivono rotture, frustrazioni o situazioni percepite come ingiuste.
In presenza di una comorbilità come il disturbo oppositivo-provocatorio, la quotidianità può risultare ancora più faticosa. L’irritabilità e la sfida continua incidono anche su fratelli e sorelle, che possono sentirsi sopraffatti o esasperati. Dare spazio a questi vissuti permette di evitare che il disagio venga interiorizzato o espresso solo attraverso il conflitto.
Spiegare la diversità senza etichettare aiuta anche i fratelli e le sorelle a costruire una lettura più realistica delle situazioni familiare e a sentirsi riconosciuti nei propri bisogni emotivi. Questo passaggio rappresenta una base importante per ridurre gelosie, incomprensioni e tensioni nel tempo.
Gestire le gelosie nell’ADHD: strategie concrete
La gelosia nasce spesso dalla percezione di una distribuzione sbilanciata delle attenzioni. In famiglie in cui è presente l’ADHD, questo vissuto può intensificarsi perché una parte rilevante delle energie genitoriali viene assorbita dalla gestione delle difficoltà quotidiane. Intervenire in modo intenzionale consente di ridurre il conflitto e di tutelare il benessere relazionale di fratelli e sorelle.
1. Il tempo esclusivo
Nel lavoro clinico emerge con frequenza la figura del genitore come “organizzatore del disturbo”, impegnato a coordinare scuola, professionisti della salute e interventi di supporto. In questo contesto diventa essenziale ritagliare uno spazio dedicato al figlio o alla figlia senza diagnosi. Un tempo breve ma regolare, anche solo venti minuti al giorno, in cui la relazione resta al centro e l’ADHD esce temporaneamente dalla scena. Questa esperienza rafforza il senso di presenza, ascolto e riconoscimento.
2. Spazi protetti
Quando il bambino o la bambina con ADHD fatica a rispettare confini e proprietà, fratelli e sorelle hanno bisogno di luoghi o oggetti che restino al sicuro. Può trattarsi di una mensola per i giochi più importanti, di una scatola personale o, in adolescenza, della possibilità di chiudere la porta della propria stanza con una chiave condivisa con i genitori. La tutela degli spazi personali riduce la tensione e previene molte situazioni di conflitto.
3. La regola dell’equità
Trasmettere il concetto di equità aiuta a dare senso alle differenze educative. Equità significa offrire a ciascun figlio ciò che favorisce il suo benessere e la sua regolazione. Alcuni bambini hanno bisogno di movimento e attivazione, altri di silenzio e prevedibilità. Rendere esplicito questo principio permette a fratelli e sorelle di leggere le differenze come risposte a bisogni diversi, anziché come privilegi.
Queste strategie, se inserite con continuità nella quotidianità familiare, contribuiscono a contenere la gelosia e a sostenere relazioni più stabili e comprensibili per tutti i membri della famiglia.
Convivenza con fratelli e sorelle con ADHD: l’importanza delle regole chiare
In una famiglia in cui è presente l’ADHD, l’improvvisazione tende ad aumentare la tensione. Ciò che sostiene la convivenza è la prevedibilità. Regole comprensibili e stabili aiutano tutti i membri della famiglia a orientarsi e a sentirsi più sicuri, in particolare fratelli e sorelle che vivono quotidianamente situazioni di attivazione emotiva intensa.
Un percorso di Parent Training ha proprio questo obiettivo: offrire strumenti per definire regole e conseguenze in modo coerente e anticipabile. Non si tratta di valutare lo stile genitoriale, ma di costruire una cornice educativa che riduca l’incertezza. Quando le conseguenze sono conosciute e non dipendono dalla rabbia o dall’esasperazione del momento, sia il bambino con ADHD sia fratelli e sorelle percepiscono maggiore stabilità e contenimento.
La chiarezza delle regole contribuisce anche a tutelare la relazione tra genitori e figli. Riducendo i conflitti ripetitivi e le escalation emotive, diventa possibile preservare il legame affettivo e il senso di fiducia reciproca, che rappresentano la base del funzionamento familiare.
È importante considerare il supporto professionale quando, nonostante l’impegno, la situazione appare sempre più difficile da gestire. Litigi frequenti, comportamenti distruttivi o aggressivi, segnali di disagio in fratelli e sorelle o una sensazione persistente di stanchezza nei genitori indicano la necessità di un aiuto esterno.
Rivolgersi a un professionista consente di costruire un piano di intervento condiviso, capace di riportare maggiore equilibrio nel sistema familiare. Ogni membro, come in un sistema in relazione, ha bisogno di uno spazio riconoscibile in cui sentirsi al sicuro e sostenuto e il terapeuta può favorire lo sviluppo o il ripristino di questo spazio laddove se ne ravvisi la necessità.



