Una volta ricevuta la diagnosi di ADHD, non è facile per un genitore capire come muoversi per aiutare il proprio figlio. La domanda che molti si pongono è: “Ora cosa faccio?”. La buona notizia è che oggi esistono diversi percorsi da intraprendere e la ricerca ha permesso di dare dei validi strumenti di supporto, che consentono di affrontare le difficoltà quotidiane in modo efficace.
Un approccio multimodale a supporto dell’ADHD
In Italia esistono alcune linee guida, che indicano quali passi intraprendere nella gestione dell’ADHD. Tra queste, le più consultate sono:
• Il “Protocollo diagnostico e terapeutico della sindrome da iperattività e deficit di attenzione per il registro nazionale ADHD”, emanato dall’ISS (Istituto Superiore di Sanità) nel 2007;
• Le “Linee guida del trattamento cognitivo comportamentale dei disturbi da deficit dell’attenzione con iperattività (ADHD)” proposte da SINPIA (Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza) nel 2002;
• Le “Linee-guida per la diagnosi e la terapia farmacologica del Disturbo da Deficit Attentivo con Iperattività (ADHD) in età evolutiva” sempre di SINPIA pubblicate nel 2002;
• “Attention deficit hyperactivity disorder: diagnosis and management of ADHD in children, young people and adults” del NICE (National Institute for Health and Clinical Excellence) pubblicate nel 2008.
Tutte concordano che l’approccio multimodale, ovvero basato sulla combinazione di più interventi complementari, sia quello più efficace. In particolare, all’interno di queste pubblicazioni sono state raggruppate le ricerche principali riguardanti la diagnosi, ma anche gli interventi per la gestione dell’ADHD. Da queste evidenze scientifiche sono state prodotte delle raccomandazioni, che riguardano le migliori pratiche nei confronti di questa neurodiversità. Gli interventi citati riguardano due macrocategorie:
• Interventi non farmacologici
• Interventi farmacologici
Gli interventi non farmacologici
Tra gli interventi non farmacologici più utili ci sono:
• Interventi psicoeducativi: si basano su un approccio che mira a modificare l’ambiente fisico e sociale del bambino per modificarne a sua volta il comportamento. Tra questi troviamo: il Parent Training e la Consulenza per gli Insegnanti;
• Interventi cognitivo-comportamentali: si tratta di un approccio di psicoterapia che aiuta le persone con ADHD a sviluppare abilità sociali e di autocontrollo.
Il Parent Training
Attraverso i percorsi di Parent Training, i genitori vengono supportati da psicologi o educatori che solitamente insegnano:
• strategie per controllare i comportamenti-problema
• tecniche di rinforzo positivo tramite token-economy
• l’utilizzo efficace delle punizioni
• modalità di comunicazione più efficaci con il bambino
• modificazione delle attribuzioni dei genitori verso i comportamenti dei figli
Questo permette di comprendere le caratteristiche dell’ADHD e di affinare le abilità dei genitori a guidare il comportamento del bambino. Questo intervento non agisce direttamente sui “sintomi” dell’ADHD, ma aiuta i genitori a prevenire i comportamenti-problema, a gestirli e a ridurre lo stress.
Consulenza con gli insegnanti
La consulenza agli insegnanti prevede degli incontri regolari condotti da uno psicologo o educatore in cui sarebbe opportuno fosse presente l’intero corpo docente. Gli obiettivi sono:
• Dare informazioni e modificare le attribuzioni sull’ADHD
• Fornire strumenti di riconoscimento dei campanelli d’allarme
• Potenziare le abilità relazionali verso i bambini con ADHD
• Spiegare delle tecniche di modificazione comportamentale
• Informare su come strutturare l’ambiente classe per facilitare l’apprendimento
• Comunicare come muoversi per migliorare i rapporti tra alunno con ADHD e i compagni
Anche in questo caso non si agisce sulle specifiche caratteristiche dell’ADHD, bensì sulle abilità degli insegnanti a gestire al meglio i comportamenti-problema. Ad ogni modo, queste modificazioni hanno inevitabilmente delle ricadute positive sui comportamenti del bambino.
Infine, queste conoscenze permetteranno di redigere un Piano Didattico Personalizzato (PDP) con strumenti compensativi e dispensativi, obiettivi e valutazioni su misura, capaci di supportare il bambino nel suo percorso di studio.
Terapia cognitivo comportamentale
La Terapia cognitivo comportamentale (CBT) è un approccio di psicoterapia che presuppone un complesso legame tra emozioni, pensieri e comportamenti. I pensieri producono emozioni, le quali sviluppano comportamenti, che a loro volta rinforzano i pensieri. Va da sé che, se una persona ha degli schemi di pensiero disfunzionali che distorcono la rappresentazione della realtà, può generare dei disturbi emotivi e comportamentali importanti.
Nell’ADHD, la CBT può essere utile per:
• sviluppare consapevolezza rispetto al proprio funzionamento
• imparare a controllare l’impulsività
• migliorare l’organizzazione e la gestione del tempo
• potenziare l’attenzione e le abilità relazionali
C’è da sottolineare, però, che le linee guida indicano che la CBT possa essere presa in considerazione dai 9 anni in poi, e che la sua efficacia è maggiore se affiancata ad altri interventi metacognitivi centrati su abilità implicate nelle attività scolastiche (es. problem-solving, comprensione del testo, studio ecc.).
Gli interventi farmacologici
Le caratteristiche cardine dell’ADHD (disattenzione, impulsività e iperattività), invece, possono essere controllati attraversi farmaci prescritti dal neuropsichiatra infantile. Per questo, il trattamento farmacologico è particolarmente consigliato a bambini con comportamenti-problema accentuati, che compromettono il funzionamento quotidiano. Questo trattamento è ancor più efficace se affiancato agli interventi non farmacologici sopraccitati ed effettuati da altri professionisti.
I farmaci registrati in Italia per il trattamento dell’ADHD sono:
• il Metilfenidato: farmaco di prima scelta. È uno psicostimolante che migliora l’inibizione delle risposte (autocontrollo), la memoria di lavoro e l’attenzione. Il più famoso è Ritalin;
• la Atomoxetina: farmaco non psicostimolante che migliora l’attenzione, riduce l’iperattività e l’impulsività. Solitamente viene usato in presenza di effetti collaterali agli stimolanti. Il più famoso è Strattera.
C’è da sottolineare che questi medicinali non curano l’ADHD, ma regolano gli effetti comportamentali. Inoltre, non sostituiscono gli interventi non farmacologici, ma possono essere accostati ad essi per avere effetti migliori.