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27 Aprile 2026

Dopo la diagnosi di ADHD: cosa puoi fare, concretamente, da adulto

Il farmaco non è l’unica strada. E nessuna strada è quella giusta per tutti.

Ricevere una diagnosi di ADHD in età adulta è spesso un momento complesso. Per alcune persone porta sollievo, perché dà finalmente un nome a difficoltà percepite da anni. Per altre può essere disorientante. Per molte, le due cose convivono. Dopo la diagnosi arriva quasi sempre una domanda molto concreta: e adesso cosa posso fare?

Le linee guida e i documenti clinici più utilizzati indicano che, negli adulti con ADHD, il trattamento farmacologico può essere una delle opzioni principali, soprattutto quando i sintomi hanno un impatto significativo sulla vita quotidiana. In genere, i farmaci stimolanti, come metilfenidato o lisdexamfetamina, sono considerati la prima scelta farmacologica; i non stimolanti, come l’atomoxetina, vengono spesso utilizzati quando gli stimolanti non sono indicati, non sono tollerati oppure non risultano sufficientemente efficaci. Questo non significa però che il farmaco sia l’unica strada, né che esista una strada giusta per tutti. 

Allenare le funzioni esecutive: training cognitivi e strategie compensative

Esistono percorsi di intervento strutturati che lavorano sulle funzioni esecutive, cioè su quelle competenze che nell’ADHD risultano spesso più fragili: attenzione sostenuta, memoria di lavoro, pianificazione, controllo degli impulsi. In questo ambito è utile distinguere almeno due approcci.

Il primo punta ad allenare direttamente alcuni processi cognitivi attraverso compiti progressivi e adattivi, che aumentano di difficoltà in base alle prestazioni. L’obiettivo è esercitare le funzioni che fanno più fatica, in modo graduale. Le evidenze su questi interventi sono interessanti, soprattutto per alcuni obiettivi specifici, ma non permettono ancora di dire che funzionino allo stesso modo per tutte le persone o che producano sempre miglioramenti ampi e generalizzati nella vita quotidiana.

Il secondo approccio lavora maggiormente sulle strategie compensative. In questo caso non si cerca tanto di “potenziare” direttamente una funzione, quanto di costruire routine, supporti esterni e modalità organizzative che riducano il carico cognitivo. È un lavoro più vicino alla psicoeducazione e alla modifica delle abitudini quotidiane, e per molte persone adulte può essere molto utile proprio perché si collega ai problemi concreti di ogni giorno. Anche questi interventi richiedono fatica, costanza e tempo. In generale, la letteratura sostiene l’utilità degli interventi psicologici e comportamentali strutturati, ma con risultati che possono variare a seconda del profilo della persona, degli obiettivi e del contesto di vita. 

È importante dire che in entrambi i casi l’intervento costa fatica e richiede impegno e costanza da parte della persona che deve rimodulare i propri comportamenti, pensieri e abitudini. Ma i risultati per entrambi i casi sono basati su evidenze e sono promettenti.

Una ricerca recente (Khorrami et al., 2026) ha confrontato questi due approcci e ha trovato che entrambi funzionano ma in modi diversi. Non ce n’è uno migliore: ci sono due strumenti che possono anche completarsi a vicenda, a seconda di quello che stai attraversando in quel momento della vita.

Psicoterapia e CBT

Vivere con l’ADHD in età adulta non è solo una questione di attenzione o controllo degli impulsi. L’evoluzione del disturbo nel corso dello sviluppo porta con sé cambiamenti sostanziali che è importante considerare fin da subito in termini di opportunità di intervento. In età adulta, all’ADHD si associano spesso altre difficoltà: ansia quando le cose sfuggono di mano, frustrazione accumulata nel tempo, un’identità costruita più intorno alle difficoltà che alle risorse. Per questo la psicoterapia può rappresentare un supporto importante.

La psicoterapia non agisce sulle caratteristiche neuropsicologiche tipiche dell’ADHD, ma sulle fragilità emotive associate alla condizione. La CBT, terapia cognitivo-comportamentale, è tra gli approcci con prove più solide di efficacia, sia in formato individuale che di gruppo. Una meta-analisi recente (Liu et al., 2026) ha chiarito in quali contesti funziona meglio:

Per disattenzione, impulsività e iperattività: la CBT di gruppo e i training cognitivi sono preferibili – il confronto con i pari e la pratica condivisa fanno la differenza.  Per sintomi quali l’ansia e i disturbi dell’umore, la terapia individuale sembra essere maggiormente utile – lo spazio uno-a-uno di questo intervento permette di andare in profondità dove serve.

La mindfulness: utile, ma con aspettative calibrate

La mindfulness è una tecnica ampiamente utilizzata all’interno di modelli psicoterapeutici come la CBT, e sta raccogliendo prove interessanti soprattutto sulla regolazione emotiva: aiuta a non farsi travolgere da emozioni intense e a riprendere il filo degli obiettivi quando arriva un’ondata di impulsività.

È però importante dirlo con chiarezza: non agisce allo stesso modo su tutto. I cambiamenti più profondi nella percezione di sé richiedono tempo, spesso più di quanto i protocolli di ricerca riescano a misurare. Questo non significa che non stiano avvenendo, ma che vanno monitorati e consolidati nel tempo. Una direzione recente di ricerca esplora proprio la possibilità di associare modelli psicoterapeutici a training di potenziamento cognitivo (Easdale-Cheele et al., 2026).

Neurofeedback

Un’ulteriore tecnica proposta in questo ambito è il neurofeedback, che utilizza l’EEG per rendere visibile l’attività cerebrale in tempo reale, aiutando la persona a modulare le proprie risposte. I risultati sono promettenti ma ancora disomogenei, e dipendono molto dal protocollo utilizzato e dal profilo specifico dell’ADHD. Vale la pena conoscerlo; non vale la pena idealizzarlo.

In conclusione 

I percorsi di intervento per l’ADHD sono molteplici e la ricerca scientifica su di essi è in costante crescita. La direzione comune è verso una maggiore personalizzazione: capire quale combinazione di strumenti funziona meglio per quella specifica persona, in quel momento della sua vita.

In questo, l’intelligenza artificiale può supportare i professionisti nell’analisi dei profili di funzionamento e nella definizione di percorsi riabilitativi più mirati. Ma è il clinico che interpreta i dati, valuta il contesto e decide quale strada proporre. Ed è il clinico che cammina al tuo fianca e sa quando un programma va cambiato e come.

Non esiste il percorso giusto per tutti. Esiste il tuo percorso, che si costruisce insieme, con strumenti che rispettano come funziona la tua mente.

Understanding how your son or daughter's mind works is the first step to really helping him or her. Find out his or her cognitive profile and find practical strategies to offer him or her the right support, at home and at school.