È una domanda che diversi genitori si pongono: “Mio figlio non sta mai fermo: ha l’ADHD?”. È naturale avere dei dubbi, soprattutto quando il proprio bambino sembra non fermarsi mai, sempre pieno di energia e in continuo movimento. Ma come distinguere un temperamento vivace dall’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività)?
Dagli studi epidemiologici ci aspettiamo che 5 bambini su 100 presentano le caratteristiche dell’ADHD, occorre capire quali siano le difficoltà che possono essere considerate segnali di rischio.
La risposta non è semplice, perché ogni bambino ha il proprio stile di crescita e di comportamento. Tuttavia, conoscere meglio questa forma di neurodiversità è il primo passo per affrontare dubbi e paure senza cadere in facili allarmismi.
Bambino vivace o ADHD: dove sta la differenza?
Correre, saltare, parlare tanto o distrarsi facilmente: sono comportamenti comuni a moltissimi bambini, soprattutto nella scuola dell’infanzia e primaria. Rientrano nello sviluppo tipico e sono spesso il modo naturale con cui i bambini esplorano l’ambiente e imparano nuove cose.
La differenza con l’ADHD non sta in un singolo comportamento, ma nella frequenza, intensità e generalizzazione delle difficoltà. L’ADHD, infatti, è un disturbo del neurosviluppo che si manifesta con segnali persistenti di disattenzione, impulsività e/o iperattività, presenti in diversi contesti (casa, scuola, relazioni con i pari) e tali da interferire in modo significativo con la vita quotidiana.
Per fare un esempio: un bambino senza ADHD può apparire irrequieto dopo una giornata di gioco, ma riesce a concentrarsi se coinvolto in un’attività che lo appassiona. Un bambino con ADHD, invece, può avere difficoltà a mantenere l’attenzione o a modulare il comportamento anche in compiti di suo interesse. Questo non significa che non sappia concentrarsi mai — al contrario, molti bambini con ADHD mostrano una iperfocalizzazione su attività molto stimolanti, come i videogiochi o i cartoni animati. La differenza non è quindi nella capacità di stare “fermi”, ma nella difficoltà di regolare in modo flessibile e adattivo l’attenzione ed energia nei diversi contesti della vita quotidiana.
Come riconoscere l’ADHD: quali sono i segnali da osservare?
Un’altra domanda frequente che si pongono i genitori è: “come posso riconoscere l’ADHD già nei primi anni di vita? quali sono i sintomi dell’ADHD nella prima infanzia?”. L’ADHD non è una malattia, quindi non si parla di “sintomi” in senso medico, ma di segnali o campanelli d’allarme che possono emergere anche già nella scuola dell’infanzia. Alcuni tra i più frequenti sono:
• Agitazione e bisogno costante di movimento: fatica a rimanere seduto, muove mani e piedi, cambia attività di frequente senza portarle a termine, tende ad alzarsi in contesti che richiedono calma.
• Impulsività: agisce senza pensare alle conseguenze, interrompe conversazioni o giochi, è impaziente di aspettare il proprio turno, tollera poco la frustrazione.
• Disattenzione: appare spesso “con la testa tra le nuvole”, si distrae facilmente, dimentica o perde oggetti, ha difficoltà a organizzare le attività scolastiche o quotidiane.
È importante sottolineare che la presenza occasionale di questi comportamenti è normale nello sviluppo infantile. L’elemento che porta a un sospetto clinico è la loro persistenza da almeno 6 mesi a quando si fa l’osservazione, la manifestazione in più di un contesto (per esempio a casa e a scuola) e l’impatto negativo sul funzionamento del bambino.
Queste caratteristiche si riferiscono ai criteri riportati dal DSM-5-TR (APA, 2023), che è il manuale di riferimento internazionale che usano tutti i clinici in ambito psicologico e psichiatrico per fare diagnosi non solo di ADHD e dei disturbi del neurosviluppo ma anche di tutti i disturbi mentali.
C’è differenza tra iperattività e ADHD?
Spesso si tende a usare i due termini come equivalenti. In realtà l’ADHD è più complesso: include due dimensioni principali — disattenzione e iperattività/impulsività. Alcuni bambini mostrano prevalentemente disattenzione, altri impulsività e iperattività, altri ancora entrambe.
L’iperattività, quindi, è solo una parte del quadro. Un bambino con ADHD può anche non essere iperattivo, ma avere invece difficoltà a organizzarsi, a mantenere la concentrazione e a gestire il tempo.
Bisogna preoccuparsi dell’ADHD?
Più che preoccuparsi, è importante comprendere l’ADHD. Non è una patologia da cui guarire, ma una forma di neurodiversità: una naturale espressione della variabilità del cervello umano.
Con il giusto supporto — da parte di insegnanti, famiglia e professionisti della salute — i bambini con ADHD possono affrontare con serenità il loro percorso di crescita, instaurare relazioni significative e sviluppare appieno le proprie potenzialità.
A scuola, uno strumento utile è il PDP (Piano Didattico Personalizzato), che permette di adattare la didattica alle caratteristiche del bambino, valorizzandone i punti di forza e compensando le difficoltà.
Non si tratta dunque di “preoccuparsi”, ma di riconoscere precocemente i segnali per attivare strategie efficaci, favorire l’inclusione e garantire pari opportunità di apprendimento e sviluppo.