Le differenze spiegate in modo chiaro dalla neuropsicologa
Quando un genitore mi dice: «Mio figlio ha l’ADHD, ma oltre alla disattenzione e all’irrequietezza ci sono litigi continui, sfide alle regole, rabbia, bugie, scatti…», non lo considero un dettaglio. È un segnale clinico frequente e importante.
ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività), DOP (Disturbo Oppositivo-Provocatorio) e DC (Disturbo della Condotta) sono diagnosi diverse, ma spesso si associano. E quando succede, di solito il carico di sofferenza aumenta: per il bambino o la bambina, per i genitori, per la scuola, per i fratelli.
In estrema sintesi:
- l’ADHD riguarda soprattutto attenzione, impulsività, iperattività e, molto spesso, difficoltà di autoregolazione
- il DOP riguarda un pattern persistente di irritabilità/ostilità, comportamento provocatorio, sfida e vendicatività nelle relazioni con le figure di autorità
- il Disturbo della Condotta riguarda violazioni più gravi di regole e diritti altrui (aggressioni, distruzione di proprietà, furti, gravi trasgressioni)
Nelle classificazioni internazionali dei disturbi, DOP e DC sono collocati nell’area dei disturbi da comportamento dirompente / del controllo degli impulsi / della condotta, e l’associazione con ADHD è considerata clinicamente rilevante.
Nei campioni clinici e nelle revisioni della letteratura, il DOP è tra le comorbilità più frequenti dell’ADHD e anche il Disturbo della Condotta risulta più presente rispetto alla popolazione generale. Per esempio, una revisione sistematica e meta-analisi recente riporta che, tra i giovani con ADHD, le comorbilità più comuni includono DOP (circa il 35%) e Disturbo della Condotta (circa l’11%) (fonte PubMed), con percentuali che variano in base a campioni e metodi. Un altro studio clinico riporta una quota di comorbilità ODD/CD intorno al 24% nei bambini con ADHD (fonte PMC).
Quando succede, cosa comporta per il bambino o la bambina?
Quando ADHD si combina con DOP o DC, spesso osserviamo:
- maggiore compromissione a scuola (rapporti più conflittuali, sospensioni, in alcuni casi rifiuto scolastico)
- più difficoltà con i pari (litigi, esclusione, escalation relazionali)
- rischio aumentato di traiettorie problematiche se non trattate (comportamenti a rischio in adolescenza, uso di sostanze in sottogruppi, ecc.)
- un’autostima più fragile: il bambino o la bambina può sentirsi «sempre quello sbagliato»
Non è un destino scritto. Ma è una situazione che richiede un intervento serio e precoce. Studi sul Disturbo della Condotta mostrano che le comorbilità psichiatriche sono frequenti, associate a maggiore complessità clinica e hanno un impatto significativo anche sul piano sociale (fonte GPsych).
E per la famiglia?
Qui voglio essere molto chiara: vivere questa combinazione è estenuante per i genitori.
Di solito vedo:
- genitori divisi tra «se stringo le regole esplode» e «se cedo peggiora»
- senso di colpa, vergogna, isolamento («gli altri ci giudicano»)
- burnout genitoriale, coppia sotto pressione e senso di inadeguatezza crescente
- fratelli e sorelle che si sentono trascurati o in “allerta” costante
Ecco perché il punto non è «trovare la tecnica magica su internet», ma costruire un piano che permetta di migliorare la propria condizione nel tempo.
Perché il fai-da-te non è la strada giusta
Non perché i genitori «non siano capaci». Al contrario: proprio perché questa è una situazione in cui:
- bisogna distinguere che cosa è ADHD, che cosa è oppositività, che cosa è reazione allo stress, che cosa è difficoltà di apprendimento e che cosa è un problema emotivo associato
- bisogna evitare interventi incoerenti che, senza volerlo, rinforzano la spirale conflittuale
- serve coordinamento con la scuola, con il pediatra, con la neuropsichiatra e con la psicologa
Le linee guida cliniche indicano esplicitamente che, nella gestione dell’ADHD, è cruciale valutare le condizioni coesistenti e usare interventi riconosciuti e supportati da evidenze scientifiche: interventi comportamentali, parent training, interventi psicoeducativi e, quando indicato dal medico, anche trattamenti farmacologici.
La pianificazione dell’intervento clinico viene presa in carico dalla neuropsichiatra e dall’équipe che lavora con lei (spesso una psicologa, una TNPEE). L’équipe ascolta i genitori e gli insegnanti, osserva e valuta il comportamento del bambino o della bambina nei diversi contesti, raccoglie informazioni importanti per adattare l’intervento alla complessità della situazione.
Cosa fanno concretamente i clinici (e cosa potete aspettarvi)
Un percorso ben costruito di solito include tre pilastri: valutazione, lavoro con i genitori, lavoro con il bambino e con la scuola.
1. Valutazione accurata
- colloqui con genitori e bambino/bambina
- questionari standardizzati multi-informatore (casa/scuola)
- test neuropsicologici
- osservazione e analisi funzionale dei comportamenti
- screening di comorbilità (ansia, umore, difficoltà specifiche dell’apprendimento, ecc.)
2. Parent training e strategie educative coerenti
Non si tratta di “ricette punitive”, ma di strumenti per:
- ridurre le escalation
- aumentare i comportamenti adattivi
- gestire regole e conseguenze in modo prevedibile
- proteggere la relazione genitore-figlio
3. Intervento sul bambino o sulla bambina
I percorsi possono includere:
- lavoro sulle abilità di regolazione emotiva
- training cognitivi mirati
- potenziamento del problem solving e delle abilità sociali
- lavoro su autostima e motivazione
- gestione della rabbia e prevenzione dell’impulsività
4. Scuola: alleanza e piano condiviso
La scuola è un contesto chiave. Per questo è importante:
- colloqui con gli insegnanti per comprendere come si manifesta il comportamento fuori dal contesto familiare
- costruire una vera alleanza educativa con il team docente
- offrire supporto agli insegnanti, perché senza scuola spesso si perde metà del trattamento
Tre segnali per chiedere aiuto subito
Ci sono situazioni in cui vale la pena attivarsi senza aspettare:
- il conflitto è quotidiano e “invade” tutto (compiti, pasti, sonno, uscite)
- sono presenti comportamenti aggressivi, distruttivi o gravi violazioni di regole
- vi accorgete che state cambiando voi: siete sempre in allarme, esausti, avete paura di «sbagliare qualsiasi cosa»
Come fare per chiedere aiuto
Il primo passo è:
- contattare il pediatra, che ha una visione d’insieme dello sviluppo del bambino o della bambina e conosce la sua storia
- affidarsi alle sue indicazioni rispetto al percorso da seguire, che probabilmente coinvolgerà i servizi territoriali e, quando possibile, anche enti privati convenzionati
- informarsi sulle reti di supporto esterne, come le associazioni di genitori, che possono offrire ascolto, informazioni e condivisione di esperienze
A volte il percorso non è semplice e può essere lungo. I tempi di attesa nei servizi pubblici sono spesso un ostacolo importante. I centri privati hanno tempi di attesa più brevi, ma costi più elevati: è un ulteriore elemento di fatica per genitori che vivono già una condizione di preoccupazione e sofferenza.
È proprio per questo che anche Develop-Players ha scelto di supportare i genitori con un servizio a “bassa soglia”: un servizio di supporto facilmente accessibile, pensato per ridurre al minimo le barriere che spesso impediscono alle persone, o alle famiglie, di chiedere aiuto nelle fasi iniziali di una difficoltà.