28 Agosto 2025

ADHD e sviluppo del cervello: cosa c’è da sapere per genitori e insegnanti

Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) è una condizione neurologica complessa. Per molti anni la comprensione delle sue radici neurobiologiche è rimasta un mistero. 

Grazie ai progressi nelle tecnologie di imaging cerebrale, come la risonanza magnetica funzionale (fMRI) e la tomografia a emissione di positroni (PET), oggi abbiamo una visione molto più chiara di come l’ADHD sia collegato a specifiche differenze nello sviluppo e nel funzionamento del cervello. 

Comprendere queste basi neurobiologiche è fondamentale per genitori e insegnanti, innanzitutto per togliere il senso di colpa associato ai comportamenti difficili che spesso derivano dall’avere ADHD, ma anche per riconoscere i segnali e supportare al meglio i bambini e i ragazzi che si trovano in una condizione di neurodivergenza.

Le basi neurobiologiche dell’ADHD: focus sul funzionamento del cervello

Quando parliamo di ADHD, ci riferiamo a una serie di anomalie che caratterizzano il funzionamento del cervello. Le ricerche condotte da diversi centri in tutto il mondo hanno evidenziato in modo chiaro che le disfunzioni o le anomalie interessano in particolare alcuni circuiti ovvero connessioni fra alcune regioni cerebrali. Queste regioni sono spesso coinvolte anche in forme di neurodivergenze ma per i comportamenti associati all’ADHD sembrano cruciali.

Si tratta della regione frontostriatale che per l’uomo è associata alle attività attentive, alla pianificazione, alle capacità organizzative e al controllo inibitorio. Un ruolo importante a livello di queste attività è svolto da neurotrasmettitori della dopamina e della noradrenalina che quando funzionano in modo anomalo determinano difficoltà nel definire gli obiettivi da perseguire, l’organizzazione delle azioni, l’orientamento e la pianificazione dei comportamenti verso uno scopo.

Dire che le origini dei comportamenti dell’ADHD sono di tipo neurobiologico non significa tuttavia che basti un trattamento farmacologico per ovviare alle difficoltà associate all’ADHD, anzi. La farmacoterapia, sebbene necessaria in alcuni casi, se non integrata con una rieducazione funzionale e percorsi di training e supporto anche per i genitori, si è rivelata poco efficace quando utilizzata da sola.

Anche se le origini dei disturbi legati all’ADHD sono da ricercare anche in un substrato neurobiologico, gli interventi di supporto che agiscono a livello comportamentale (come i training cognitivi, la terapia cognitivo-comportamentale, gli interventi psicoeducativi) modificano anche a livello neurobiologico il funzionamento del cervello di chi ha ADHD. Questo grazie a quella che si definisce neuroplasticità e permette di rafforzare le connessioni neurali attraverso stimoli ambientali che migliorano le funzioni esecutive.

Il ruolo del lobo frontale

Il lobo frontale del cervello è una vera e propria “centralina di controllo” che sovrintende a numerose funzioni cruciali, tra cui la pianificazione, l’astrazione, la velocità di elaborazione, la regolazione affettiva, l’attenzione e il controllo degli impulsi. In particolare, l’area prefrontale, strettamente coinvolta nelle funzioni esecutive (come la pianificazione, il monitoraggio e l’autoregolazione), è principalmente implicata nell’ADHD.

È interessante notare che questa area del cervello è una delle ultime a maturare, con il suo sviluppo che continua fino ai primi vent’anni di vita. Questa “finestra di sviluppo” più ampia rende le funzioni esecutive particolarmente vulnerabili durante l’infanzia ma anche “allenabili” più tardi in adolescenza. Questo significa che le difficoltà che un bambino con ADHD sperimenta nella pianificazione, nell’organizzazione o nel controllo degli impulsi sono spesso legate a differenze nel modo in cui questa parte del cervello si sviluppa ma che possono essere supportate tramite training cognitivi.

Le connessioni fra il lobo frontale e le altre aree della corteccia sono molto importanti e determinano il riconoscimento di altre anomalie a carico dei sistemi sensoriali e motori. Tanto che nei bambini con ADHD spesso si riscontrano deficit anche nelle competenze visive, uditive e problemi di coordinazione.

Differenze fra maschi e femmine nello sviluppo del cervello e nelle manifestazioni dell’ADHD

Le scoperte riguardanti le basi neurobiologiche dell’ADHD indicano che le manifestazioni delle anomalie a livello della corteccia frontostriatale non sono uniformi tra i generi. Alcune ricerche evidenziano che vi sono differenze che riguardano il volume della materia grigia che raggiunge il picco a circa 11,5 anni per i ragazzi rispetto ai 10,5 anni per le ragazze con ADHD. Inoltre, la traiettoria dello sviluppo della materia bianca ha andamenti diversi, con i ragazzi che mostrano un aumento più rapido durante l’adolescenza rispetto alle ragazze. 

In uno studio del 2010 basato su Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI) emerge che in età adulta i maschi, ma non le femmine, mostrano un’attività neurale significativamente inferiore in compiti di memoria di lavoro in diverse regioni cerebrali rispetto ai partecipanti di controllo abbinati per genere, età e intelligenza. Tuttavia, ad oggi gli studi sono ancora pochi, e sebbene questi risultati siano in linea con le ricerche comportamentali su specifiche differenze fra maschi e femmine, queste ricerche sulle basi neurobiologiche delle differenze fra maschi e femmine devono ancora essere supportate da ulteriori studi.

Implicazioni per genitori e insegnanti

Comprendere che l’ADHD ha una base neurobiologica è fondamentale. Le difficoltà associate all’ADHD infatti non derivano da una mancanza di “volontà” o da uno “sforzo” insufficiente. Le difficoltà che un bambino o un ragazzo con ADHD incontra sono legate a differenze nel modo in cui il cervello elabora le informazioni e a anomalie nella regolazione del comportamento.

Per i genitori e per tutti gli adulti che hanno un ruolo educativo, come anche gli insegnanti, questo significa che il supporto ai bambini con ADHD deve andare oltre il semplice dare regole, occorre anche “comprendere la difficoltà e supportare” a seguire le regole. Questo significa avere un piano ben preciso che consente sia di individuare le caratteristiche individuali ma anche di anticipare le difficoltà e fornire supporto laddove si sa ci sarebbe una caduta. 

È importante riconoscere che le ricerche sopra menzionate riguardano i gruppi di persone e hanno un senso generale ma quando si pianifica un intervento si deve valutare l’individuo che si ha di fronte che è portatore di caratteristiche personali, culturali oltre che far parte di un gruppo etichettato con una diagnosi di ADHD.  La pianificazione dell’intervento deve sempre partire da un’analisi funzionale sia delle caratteristiche individuali che del contesto ambientale. È chiaro quindi che i genitori possono trovare le soluzioni meglio adatte per comprendere come aiutare il proprio figlio attraverso il supporto di un clinico esperto che li aiuta a riconoscere quali sono le strategie comportamentali migliori per lui.

Lo stesso vale per gli insegnanti, la consapevolezza delle basi neurologiche e delle differenze di genere nell’ADHD può aiutare a interpretare in modo più accurato i comportamenti degli studenti in generale.

Un bambino che fatica a rimanere concentrato o a gestire il tempo non è necessariamente disinteressato, ma potrebbe avere difficoltà intrinseche legate all’ADHD. Adottare strategie didattiche flessibili, fornire supporti visivi e dividere i compiti in passaggi più piccoli può fare una grande differenza. Ma anche per loro in ogni caso occorre studiare interventi e strategie personalizzate sulle caratteristiche dello studente. Per questo, anche nel caso dell’ADHD come per altre neurodivergenze, è sempre consigliabile farsi guidare da un piano didattico personalizzato o, nei casi più complessi, può essere anche necessario un piano educativo individualizzato.

La comprensione che l’ADHD può manifestarsi in modo diverso tra ragazzi e ragazze è cruciale, per evitare che i casi di ADHD femminile passino inosservati.

In sintesi, il percorso di comprensione delle basi neurobiologiche dell’ADHD è in continua evoluzione. Sebbene l’attenzione non sia un concetto unitario e l’ADHD non sia un disturbo unitario, i risultati attuali sottolineano quanto sia importante comprendere quali siano i circuiti compromessi per permettere una miglior comprensione di come pianificare gli interventi. 

Continuerà la nostra ricerca per approfondire la natura delle differenze di genere nei sottotipi di ADHD e del come le basi neurobiologiche interagiscono con i fattori ambientali e culturali. Educare e informare è il primo passo per fornire un supporto efficace e personalizzato a tutti i bambini e ragazzi con ADHD, alle loro famiglie e agli insegnanti che se ne occupano da un punto di vista formativo e educativo.

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