Quando un genitore entra per la prima volta nel mio studio, la conversazione parte spesso dalla scuola per parlare di voti, pagelle, pomeriggi di studio faticosi e discussioni sui compiti. Proseguendo nel racconto emerge però un tema ancora più delicato, quello delle relazioni con i pari.
Molti genitori raccontano il dispiacere di vedere il proprio figlio o la propria figlia tornare a casa triste, oppure di ascoltare frasi come “oggi nessuno voleva giocare con me”. In altri casi emergono litigi frequenti, incomprensioni, difficoltà a mantenere amicizie stabili.
La sofferenza legata alle relazioni sociali rimane talvolta in secondo piano rispetto alle preoccupazioni scolastiche. Eppure ha un impatto profondo sull’autostima, sul senso di appartenenza e sulla fiducia nelle proprie capacità relazionali.
L’ADHD coinvolge diversi aspetti del funzionamento quotidiano. L’attenzione rappresenta solo una parte del quadro. Entrano in gioco anche l’impulsività, la regolazione emotiva e la gestione delle frustrazioni.
Nelle relazioni tra pari questo può tradursi in dinamiche complesse. Il bambino o la bambina desidera partecipare al gioco e creare legami. Il ragazzo o la ragazza vogliono sentirsi parte del gruppo e conquistare un ruolo all’interno dello stesso. Reazioni intense alle piccole frustrazioni, difficoltà nell’attesa di conferme o una presenza molto energica e dirompente nel gruppo possono generare incomprensioni con gli altri e creare momenti di isolamento dagli altri.
Con il supporto degli adulti è possibile creare contesti che facilitino l’apprendimento delle competenze sociali e permettano ai bambini e alle bambine di sperimentare relazioni più serene. Ma non sempre è semplice per i genitori cogliere dove sta il problema. Soprattutto in adolescenza, quando, in aggiunta alla disregolazione emotiva e alle difficoltà organizzative spesso ci si trova anche davanti a difficoltà comunicative e bisogno di distacco dai genitori.
Privilegiare la qualità delle interazioni
Molti genitori pensano che l’integrazione sociale passi attraverso la dinamica dei grandi gruppi, nelle feste molto frequentate, nei parchi giochi affollati o ad esempio nell’appartenenza a squadre sportive.
Per molti bambini e ragazzi con ADHD i contesti ricchi di stimoli risultano complessi da gestire e spesso accade che gli sport di squadra o i grandi gruppi vengano evitati in modo selettivo.
Dal punto di vista del genitore, nel caso di bambini piccoli, poter gestire le situazioni in contesti semplici come piccoli gruppi può essere di aiuto. In una situazione più raccolta il carico cognitivo diminuisce. Il bambino o la bambina può concentrarsi su un’unica relazione, osservare meglio le reazioni dell’altro e sperimentare più facilmente il compromesso. Il genitore può fare da facilitatore e supportare i momenti di difficoltà e di crisi con minor difficoltà.
Questi contesti rappresentano una palestra preziosa per sviluppare competenze sociali in un ambiente più prevedibile e rassicurante.
Queste relazioni positive possono quindi svilupparsi in amicizie più solide in cui l’autoregolazione ha un campo di allenamento più protetto.
Nel caso degli adolescenti il genitore non può assumere il ruolo del facilitatore ma si dovrebbe porre in ascolto e offrire spazi di condivisione nel quale offrire un punto di vista esterno che permette sia l’accettazione che la critica, in modo coerente e non giudicante. Abituarsi al confronto anche quando ci sono opinioni diverse richiede tempo e tanta pazienza e occorre un esercizio continuo che abitui al rispetto reciproco.
Aiutare a interpretare i segnali sociali
Molti bambini e bambine con ADHD incontrano difficoltà nell’interpretare segnali non verbali e sfumature emotive. Uno sguardo infastidito, un gesto di stanchezza o un cambio di tono nella voce possono risultare difficili da leggere.
Gli adulti possono sostenere questo apprendimento attraverso momenti di osservazione condivisa, anche lontano dalle situazioni di gioco.
Ad esempio durante la visione di un film o di una serie si può commentare insieme ciò che accade tra i personaggi:
- osservare le espressioni del volto e i cambiamenti di tono
- riflettere su ciò che un personaggio potrebbe provare
- ipotizzare le intenzioni dietro un comportamento
Questo lavoro aiuta il bambino o la bambina a costruire una sorta di “vocabolario emotivo” che facilita la comprensione delle relazioni nella vita quotidiana.
Il gioco delle emozioni è sicuramente un modo divertente per parlare del proprio stato emotivo e di quello altrui e se proposto come esperienza fin da piccoli è di aiuto allo sviluppo emotivo. Ma a volte non basta, e in quei casi, soprattutto quando le emozioni prendono troppo spesso il sopravvento e non sembrano più gestibili, occorre rivolgersi a specialisti che supportano i genitori nella quotidianità, sia per i bambini piccoli che per le relazioni con gli adolescenti.
Utilizzare il gioco di ruolo per prepararsi alle situazioni difficili
Nel contesto dell’ADHD alcune situazioni sociali risultano particolarmente intense dal punto di vista emotivo. La sconfitta in un gioco, un oggetto rotto per errore oppure l’esclusione da un’attività possono attivare reazioni molto forti.
Il gioco di ruolo rappresenta uno strumento utile per prepararsi a queste esperienze.
Attraverso il gioco è possibile mettere in scena situazioni che il bambino o la bambina incontrano nella vita quotidiana. Si può provare insieme cosa succede durante situazioni critiche oppure come chiedere di unirsi a un gruppo che sta già giocando.
Durante questi giochi si esplorano possibili risposte, si osservano le emozioni che emergono e si costruiscono strategie alternative. Il bambino o la bambina acquisiscono così alcune “risposte pronte” che possono essere richiamate più facilmente nelle situazioni reali.
Attenzione, tuttavia, perché la gestione di questi giochi e simulazioni nelle situazioni di ADHD più severe possono diventare un’ulteriore fonte di frustrazione nella gestione con il genitore e con i pari.
Quindi non serve creare false aspettative che il gioco risolva tutti i problemi di gestione delle emozioni, perché i casi di fragilità più grave richiedono un supporto specialistico che fornisca soprattutto ai genitori gli strumenti di supporto per gestire il momento della crisi.
L’ADHD, come tutte le forme di neurodivergenze, ha un’espressività molto diversa fra gli individui e occorre sempre tenere a mente che una soluzione giusta per la maggior parte non può essere considerata valida per tutti. Il rispetto della neurodiversità e delle attitudini e del carattere individuale devono essere al centro dell’attenzione del genitore che non deve affrontare le difficoltà relazionali del proprio figlio o della propria figlia con ricette uniche, ma proprio attraverso l’ascolto deve individuare fra le tante proposte quella che in quel momento calza a pennello per migliorare la condizione e la relazione con lui o con lei.
Gestire il conflitto
Molti momenti di conflitto tra bambini e bambine nascono nei momenti di vuoto, quando manca una direzione chiara nell’attività condivisa, ma i conflitti sono anche utili ai momenti di crescita se gestiti nel modo opportuno.
Per i bambini più piccoli, proporre giochi con una struttura definita aiuta a mantenere l’attenzione e a canalizzare l’energia.
Attività collaborative risultano particolarmente efficaci perché permettono ai bambini e alle bambine di lavorare verso un obiettivo comune. Alcuni esempi:
- costruzione di un set Lego dividendo i compiti
- giochi da tavolo con partite brevi
cacce al tesoro o piccoli enigmi da risolvere insieme - creazione di un breve video o stop-motion con tablet o telefono
La presenza di uno scopo condiviso favorisce la cooperazione e rende l’energia del bambino o della bambina una risorsa all’interno del gruppo.
La gestione del conflitto è più problematica in adolescenza, quando i genitori si possono porre in ascolto e non proporre soluzioni ma offrire spunti di riflessione e momenti di rielaborazione degli eventi, che aiutano ad interiorizzare ciò che è accaduto e rivederne le dinamiche.
Costruire un’alleanza con la scuola e gli altri genitori
Le dinamiche relazionali emergono spesso con maggiore evidenza a scuola. Per questo motivo la collaborazione con gli insegnanti rappresenta una risorsa importante.
I docenti osservano i bambini e i ragazzi all’interno del gruppo dei pari e possono offrire uno sguardo prezioso su ciò che accade durante la giornata scolastica.
Anche il dialogo con gli altri genitori può facilitare la costruzione di un clima più comprensivo. Condividere alcune informazioni sul funzionamento del proprio figlio o della propria figlia permette di visualizzare la relazione da prospettive diverse e di ricollocare il problema con una luce più chiara.
Quando gli adulti costruiscono una rete di collaborazione positiva, il bambino o la bambina percepiscono un ambiente più accogliente e meno carico di giudizio.
Proteggere la relazione attraverso uno sguardo osservativo
La tentazione di analizzare ogni errore o comportamento difficile è sempre possibile perché l’errore è facile da riconoscere ed è dirompente nel comportamento di chi ha l’ADHD.
Per molti bambini e bambine con ADHD la percezione di inadeguatezza accompagna già diverse esperienze quotidiane a partire dalla vita scolastica. Per questo motivo uno sguardo osservativo e curioso da parte del genitore può risultare molto più utile di una valutazione giudicante.
È possibile valorizzare i momenti in cui il bambino o la bambina sono riusciti a gestire bene una situazione, come ad esempio:
- riconoscere uno sforzo di autocontrollo
- osservare un tentativo di mediazione con l’amico
- riflettere insieme su ciò che ha funzionato
Anche i momenti più faticosi possono diventare occasioni di riflessione condivisa. Analizzare insieme ciò che è accaduto aiuta il bambino prima e il ragazzo poi a sviluppare maggiore consapevolezza delle proprie reazioni e delle dinamiche relazionali. Il compito è tutt’altro che semplice ma dalla consapevolezza dei genitori e dalla loro accettazione della neurodiversità partono poi tutte le altre possibilità di un intervento efficace.
Nel tempo questi processi sostengono la costruzione di competenze sociali più solide e permettono al bambino o alla bambina di sentirsi più sicuri all’interno delle relazioni e di sviluppare un sé positivo.




